Un grappolo di stelle: le Pleiadi

UN GRAPPOLO D’UVA STELLARE
La prima volta che si rivolge al cielo notturno uno sguardo poco più che distratto, in certe stagioni si può notare una specie di nuvoletta che a uno sguardo più attento si rivela come un gruppetto di stelline. Quattro, le più luminose, formano un quadrilatero, mentre le altre tre sono disposte lungo una linea curva: nell’insieme fanno ricordare la forma di un piccolissimo carro. La loro visione e il riconoscimento di quella che in passato è stata anche considerata una costellazione a sé stante, Le Pleiadi, provoca spesso un sentimento di stupore.
Le Pleiadi sono un ammasso di parecchie migliaia di stelle; ad occhio nudo se ne distinguono facilmente sei, e anche sette se il cielo è limpido. In particolari condizioni si arriva a vederne fino a 9. Accurate osservazioni hanno rivelato che ci sono almeno 500 stelle facenti parte dell’ammasso aperto.
In effetti sono oggetto di osservazione e considerazione da tempi antichissimi. Nelle grotte di Lascaux, in Spagna, un dipinto risalente ad epoca preistorica pare riportare oltre a raffigurazioni di animali tra cui il toro, anche un gruppo di punti disposti in modo da essere interpretati da alcuni studiosi di astronomia antica come questo oggetto del cielo notturno: la costellazione del Toro con nei pressi Le Pleiadi.

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Oltralpe questo gruppetto di stelle viene addirittura denominato “La Grappe de raisin” (Il grappolo d’uva); in effetti le stelline fitte fitte richiamano gli acini.

Popolarmente sono conosciute da sempre come le Sette Sorelle oppure, specialmente nel mondo contadino, vengono associate alle Gallinelle; o anche la Chioccia e i Pulcini

sette case nel tacito borgo, sette Pleiadi un poco più su.
Case nere: bianche gallinelle!
da L’imbrunire
- G. Pascoli

La Chioccetta per l’aia azzurra va col suo pigolio di stelle.
da Il gelsomino notturno
- G. Pascoli

Alfred Tennyson ha pensato invece alle lucciole:
Molte notti ho visto le Pleiadi, sorgenti attraverso un’ombra soffusa,
scintillare come uno sciame di lucciole incastonato in un’argentea ghirlanda.

E davvero, viste attraverso un telescopio, le Pleiadi appaiono avvolte in una leggerissima nebbia, perché sono immese in una nebulosa.

I latini le chiamavano Vergiliae, da ver, primavera, le stelle della primavera.
Il loro nome deriva forse da Peleiades, “colombi selvatici”, oppure da pleos, abbondante, numeroso, con riferimento al numero elevato di stelle che le compongono; o anche dalla parola greca, pleo, navigare: infatti costituivano un segno importante per la navigazione e la prudenza suggeriva ai naviganti di andar per mare soltanto nel periodo in cui le Pleiadi brillavano nel cielo, cioè dalla primavera all’autunno.

Ma se della navigazione pericolosa il desiderio ti prende,
sappi che quando le Pleiadi, d’Orione la forza terribile fuggendo,
si gettano nel mare nebbioso,
allora infuriano i soffi di ogni specie di venti.

Esiodo

Esiodo (VIII-VII secolo a.C.) le canta anche come indicatrici al contadino del calendario dei lavori agricoli:
Al sorgere delle Pleiadi, figlie di Atlante, inizia la mietitura, ara quando esse tramontano: per quaranta notti e quaranta giorni se ne stanno nascoste e, mentre l’anno compie il suo corso, appaiono in principio quando è il momento dì affilare la falce. Questa è la legge dei campi.
( Da Le Opere e i Giorni)

Occorre a questo proposito ricordare che oggi questo ammasso è visibile in un periodo diverso dai tempi antichi a cui abbiamo accennato. Oggi esse cominciano ad apparire nei cieli del mattino in agosto, sono visibili in prima serata in inverno e a maggio tramontano: questo accade per un fenomeno astronomico che si chiama precessione degli equinozi, (un lento movimento del Polo Nord celeste tra le stelle).

Il mito le ha poi rivestite di leggende particolarmente suggestive.
Sono sette sorelle, figlie di Atlante e di Pleione. Secondo un’altra versione sono figlie di una regina delle Amazzoni.
I loro nomi erano: Alcione, Celeno, Elettra, (con Zeus ebbe Dardano e Iasione), Maia, (con Zeus ebbe Ermes), Merope Sterope o Asterope, Taigete, (con Zeus ebbe Lacedemone).

Esiodo riporta: “l’amabile Taigète, Elettra dagli occhi turchini, Astèrope, Alcione con Maia, e la diva Celèno, e Mèrope: di tutte fu padre il fulgido Atlante“.

Atlante, re della Mauritania, grande gigante, litigò con Perseo, il quale, grazie alle proprietà magiche della testa di Medusa, lo trasformò in un monte (la catena dell’Atlante nel Marocco); poi Giove lo perdonò dello sgarbo fatto a suo figlio Perseo e gli ridiede le sue fattezze; tuttavia per punizione gli diede da sorreggere sulle spalle il mondo.
Tutte le ragazze erano bellissime ed ebbero rapporti amorosi con dei dell’Olimpo. Da Marte Astèrope ebbe Enomao, re di Pisa; Maia ebbe da Giove Mercurio; anche Elettra ebbe con Giove un figlio, Dardano, fondatore di Troia, e con Taigete nacque Lacedemone, fondatore di Sparta.
Il poeta romano Ovidio, racconta poi che una delle Pleiadi, Merope, per la vergogna di aver sposato Sisifo, un uomo mortale, non è sempre visibile, oppure a impallidire ogni tanto sarebbe Elettra, che si ritira secondo la leggenda verso il Polo Artico, e si copre gli occhi per non veder la fine della città fondata dal figlio, Troia, e di tutti i suoi discendenti. Elettra, dal Circolo Polare Artico tornerebbe ogni molti anni con i capelli sciolti per la disperazione e rappresenta una cometa che periodicamente torna nei nostri cieli.
Anticamente, presso molti popoli l’anno cominciava con la loro levata al mattino e l’inverno con la loro levata la sera.
Le Pleiadi rivestivano delle importanti funzioni di regolazione delle usanze e dei costumi sia civili che religiosi. La culminazione a mezzanotte di questo gruppo di stelle segnava presso diverse culture primitive il periodo del culto dei defunti, che si celebra ancora oggi con il nostro Ognissanti, nel celtico All Hallow Eve (diventato poi Halloween

Gli antichi egiziani davano al mese di novembre il nome di Athar-aye, il mese delle Pleiadi, e lo stesso troviamo presso i caldei e gli israeliti.

Gli abitanti della Polinesia ad una metà dell’anno danno, nella loro lingua, il nome corrispondente a “le Pleiadi Sopra”, e all’altra metà a “le Pleiadi Sotto”.
Persino i Maia, gli Aztechi e i nativi del nordamerica usavano simili ripartizioni.
Per i Boscimani le Pleiadi sono “Le stelle dell’aratura”:
Gli Inuit (che noi chiamiamo Eschimesi) le chiamano “l’osso del petto” e in Lapponia vengono considerate come una vecchia che si accompagna a un branco di cani.

In Australia scopriamo una certa corrispondenza con i nostri miti: le Pleiadi sono ragazze che cercano si sfuggire a un cacciatore che le insegue (Orione).

Euripide le cita come “orologio notturno”. Ci sono testimonianze dirette anche nelle nostre campagne di questo fatto. Un oggetto così inconfondibile e caratteristico, messo in relazione a particolarità del terreno, a colline, a profili di montagne può facilmente costituire un riferimento nelle ore notturne tanto da poter sostituire l’orologio.

Il mito sopravvive anche ai giorni nostri, ma meno poeticamente. Possiamo viaggiare sulle Pleiadi, su un’automobile che si chiama Subaru, il nome giapponese di questo bellissimo ammasso stellare.

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