Feste Equinozio

FESTE INTORNO ALL’EQUINOZIO NEL MONDO

GIAPPONE
Haru no Higan (Giorno dell’equinozio di primavera)
Tradizionalmente lo “Haru no higan o higan di primavera” coincide con il periodo di sette giorni intorno all’equinozio di primavera, il 21 marzo. In questo periodo, le persone visitano le tombe di famiglia, rendono ossequi alle terre dei loro antenati e chiedono ai preti buddisti di recitare “sutra” in loro onore. Una simile ricorrenza, (Aki no higan) o “higan di autunno” si tiene nei sette giorni intorno all’equinozio d’autunno, il 23 settembre.

Popoli che praticano lo Zoroastrismo
Il capodanno per lo Zoroastrismo (da Zoroastro - Zarathustra) è Naw Ruz e la celebrazione dello Spirito Divino della Rettitudine Asha Vahishta, creatore del fuoco.
Festa di Ahura Mazda, Equinozio primaverile.
Si celebra l’antico rito della rigenerazione della natura, che coincide con il principio del nuovo anno.
Il trapasso dell’anno vecchio non è predefinito nel calendario.
I seguaci di Zoroastro fanno affidamento ai calcoli astronomici per sapere l’attimo preciso in cui avviene il cambio di stagione.
L’inizio del nuovo anno deve essere meticolosamente calcolato con l’orario esatto dell’equinozio di primavera, sul meridiano di Gangdej.

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dal sito jamejamshid dove un orologio scandisce il tempo

Sulle tavole viene allestito l’immancabile haft sin, una serie di sette oggetti aventi un alto valore simbolico, con i nomi che iniziano tutti con la lettera sin dell’alfabeto persiano.

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Oltre al  sekkeh, la moneta simbolo di prosperità, a fare la loro comparsa sul tavolo vi sono pure mele (sib), simboli di salute e bellezza, e aglio (sir), il piatto forte dell’haft sin (7 sin)è senza dubbio l’elemento più attinente allo spirito della festività e il sabzeh, un legume posto all’interno di un vaso come seme, che solitamente germoglia nei momenti prossimi al capodanno.
Il sito dedicato allo Zoroastrismo

Iran - Teheran
Il ventuno marzo segna l’inizio di un nuovo anno solare dall’egira (viaggio di Maometto dalla Mecca a Medina) secondo il calendario tratto da Omar Khayyam, grande poeta, matematico ed astrologo iraniano. L’anno nuovo in Iran  non corrisponde con il calendario lunare vigente nei paesi arabi.
Le cerimonie di Noruz (nuovo giorno) sono le ultime tracce sopravvissute della Persia preislamica, e sono le stesse dello Zoroastrismo sopra citato. Il Noruz richiama una storia antica. Un re leggendario, Jamshid, aveva messo la sua corona e i suoi gioielli sulla cima della montagna e, quando il sole è sorto all’alba, i suoi raggi si sono moltiplicati attraverso la corona e l’immagine ha provocato una grande gioia tra la gente.
Jamshid ha chiamato quel giorno Noruz  e si festeggia ancora adesso.

Un colpo simbolico di cannone annuncia l’inizio dell’anno e tutti si scambiano gli auguri, ma le feste iniziano già nell’ultimo mercoledì dell’anno precedente e soprattutto la notte del martedì gli abitanti di di Teheran e di molte altre città iraniane celebrano la festa del fuoco, con fuochi d’artificio e petardi.

Tutta la famiglia si riunisce intorno a un tavolo per il Sofreh Haft Sin (tovaglia di sette S), tutti con i vestiti della festa. Sulla tovaglia si mettono sette oggetti il cui nome comincia con la lettera S: Sib (mela, a simboleggiare la bellezza e la salute), Serké (aceto, a simboleggiare la pazienza), Sendjed Somagh (zafferano, del colore del sole che sconfigge le tenebre), Sekkeh (monetine), Senghed (giuggiole a simboleggiare le dolcezze dell’amore), Sabzeh (erba, cioè i grani lasciati in un piatto umido che crescono e che dopo la festa vengono portati in campagna e gettati nell’acqua di un torrente)…

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Sulla Haft Sin si trovano anche il Corano, un grande specchio, le uove colorate e i piccoli pesci rossi in una bottiglia come augurio di serenità.

Quando la tv annuncia l’inizio dell’anno, ci si bacia, ci si augura reciprocamente  un anno pieno di felicità.
Gli anziani offrono eidí, che di solito è una somma di denaro, ai più piccoli della famiglia.
Nei giorni successivi si va a visitare i parenti più anziani, e può essere l’occasione  per le riconciliazioni in caso di contrasti in famiglia. Incontrandosi per strada si dice Sad Sal bé In Salha (abbi cento anni meglio di questo) ed altri auguri di questo tipo.

La festa finisce ufficialmente il 13 Farvardin, il primo mese dell’anno. Questo giorno si chiama Sizdah Bedar (il tredici fuori), e si festeggia uscendo di casa nel 13esimo giorno dell’anno per fare un picnic insieme alla famiglia. Secondo le credenze zoroastriane (il retaggio culturale persiano pre-islamico), il 13 è un numero funesto e per evitare la cattiva sorte si deve andare in un parco, un giardino o un campo comunque ricco di erba, con un fiume o un corrente d’acqua.
Secondo le tradizioni, si lanciano fili d’erba intrecciati, perché porta fortuna e si dice che serva per trovare l’anima gemella.

Cina
In primavera, quando il clima si fa tiepido, sbocciano i fiori e la natura si risveglia, i cinesi danno il benvenuto ad una vecchia festa tradizionale, la Festa del Qingming. Il Qingming è uno dei 24 punti di divisione del calendario lunare, e secondo il calendario solare, cade verso la prima decade di aprile. Quel giorno i cinesi raggiungono la periferia per commemorare i defunti, visitare le tombe e fare gite di primavera, mettendo poi al ritorno un rametto di salice alla porta di casa.
In alcune località la festa è anche chiamata “Festa degli spiriti”; si tratta quindi della commemorazione dei defunti. In quel periodo tutti si recano alle tombe dei propri famigliari scomparsi. Per l’occasione si ripuliscono i tumuli dalle erbacce, ricoprendoli di nuova terra, si accendono candele e si brucia del denaro di carta, mantenendo il silenzio o facendo prostrazioni.
Quando arriva la festa, si raggiungono i cimiteri degli eroi per offrire fasci o corone di fiori, o rametti di pino, affidando loro il ricordo dei defunti.
Secondo la leggenda, la Festa del Qingming risalirebbe alla dinastia Han (206 a. C.-220 d. C.), raggiungendo il culmine con le dinastie Ming e Qing (1368-1911), quando alcuni non solo bruciavano denaro di carta davanti alle tombe, ma offrivano anche agli avi dieci ciotole di cibo.
Visto che avviene in primavera, nonostante origini come sacrificio ai defunti, col passare del tempo la festa ha incluso anche contenuti di svago, come le gite in periferia, quindi è anche chiamata “Festa delle gite”.
In passato vigeva anche l’abitudine, rimasta ancora oggi, di raccogliere nei campi un’erba selvatica, la Capsella- bursa pastoris, con cui si preparavano dei ravioli freschi e fragranti. Le donne amavano anche ornarsi i capelli con i suoi fiori.

Una poesia della dinastia Song (960-1279) così descrive l’ usanza: sui pendii nord e sud della montagna molte sono le tombe, tutte visitate per la festa del Qingming. Ceneri di carta volano come bianche farfalle, lacrime di sangue tingono di rosso le azalee.

India
Il calendario induista è originario dell’epoca vedica; ci sono molti riferimenti alle sue regole nei Veda.

Il Vedanga (aggiunta ai Veda) detto Jyautisha (letteralmente, “studio dei corpi celesti”) regolamentò definitivamente tutti gli aspetti del calendario  induista.
Dopo l’epoca vedica, ci furono molti studiosi come Aryabhata (quinto secolo), Varahamihira (sesto secolo) e Bhaskara (dodicesimo secolo) esperti nel Jyautisha che contribuirono allo sviluppo del calendario induista.

Il testo più autorevole e ampiamente usato per i calendari induisti è il Surya Siddhanta, un testo di età ignota, che alcuni pongono nel decimo secolo.

Il calendario vedico tradizionale cominciava con il mese agrahayan (agra=primo + ayan=equinozio) o Margashirshe; come si intuisce dal nome, era il mese comprendente l’equinozio di primavera: il nome margashirshe era il quinto nakshatra.

A causa della precessione degli equinozi, l’equinozio di primavera si trova ora in Pesci, e corrisponde al mese chaitra; proprio questo spostamento ha condotto a diverse riforme del calendario in varie regioni ponendo altri mesi come primo dell’anno.
Perciò, alcuni calendari (ad esempio il Vikram) cominciano con Chaitra, l’attuale mese dell’equinozio di primavera, come primo mese, mentre altri partono con Vaisakha (ad esempio il calendario Bangabda). Se agrahaayana corrispondeva all’equinozio di primavera si può dedurre che la tradizione originale risale al quarto-quinto millennio a.C., poiché il periodo di precessione è di circa 25.800 anni.
da Wikipedia

Buddismo
Nel buddismo la concezione del tempo è ciclica, non esiste l’idea di un’origine né di una fine, visto che ogni avvenimento deriva da uno precedente ed è causa di un avvenimento futuro.
La datazione del calendario buddista parte dalla nascita del Buddha che corrisponde all’anno 560 a.C. circa.
Il calendario è lunare, ogni mese termina con un giorno di luna piena. La lunghezza dei mesi è alternatamente di trenta e ventinove giorni.
L’anno comincia vicino all’equinozio di primavera, periodicamente viene aggiunto un mese intercalare per coordinare il calendario lunare con quello solare. La distinzione climatica tra il periodo delle piogge e l’estate determina fortemente una diversa scansione delle feste.
In Tibet il calendario si basa su un ciclo di sessant’anni, e ogni anno è indicato da dodici animali e cinque elementi in varie combinazioni.
Il Calendario Annuo del ciclo attuale è iniziato nel 1927.
Il capodanno cade in febbraio: in questa occasione ha luogo l’espulsione dell’anno vecchio e la preparazione al nuovo anno.
Non esiste un “sabato” in quanto tale: le festività sono “giorni sacri” e vanno osservate l’otto e il quindici di ogni mese: in questi giorni si celebrano funzioni speciali e, normalmente, non si lavora in alcun modo.

Incas
E’ accertato che conoscevano i solstizi e gli equinozi, infatti  le più importanti date dell’anno Inca coincidono proprio con queste epoche :
la festa dell’Inti Raymi, la festa del Sole, cadeva al solstizio invernale, in giugno (le stagioni sono invertite nell’emisfero meridionale);
la festa dell’Uma Raymi all’equinozio di settembre;
la festa del Capac Inti Raymi nel solstizio di dicembre;
la festa dell’Inca Raymi all’equinozio di marzo.

FESTE DELL’EQUINOZIO NEI TEMPI ANTICHI

FESTE PAGANE

ADONIE
Dopo l’Equinozio, si svolgevano nel mondo ellenico le Adonìe, feste della resurrezione di Adone, bellissimo giovane amato dalla dea Afrodite che venne ucciso da un cinghiale. Successivamente nel rito si aggiunse la celebrazione della resurrezione del dio e l’ascensione in cielo. Adone era in realtà il dio assiro-babilonese Tammuz, a cui i fedeli si rivolgevano chiamandolo “Adon” (Signore). Egli dimorava sei mesi all’anno negli inferi, come il sole quando si trova al di sotto dell’equatore celeste (autunno e inverno). Si festeggiava a primavera la sua risalita alla luce quando si ricongiungeva alla dea Ishtar.

Una eco di Adone si ritrova in un’usanza ancora in uso in molte parti d’Italia: i giardini di Adone. Grano oppure orzo, seminato  nel periodo antecente la Pasqua in vasi e lasciati crescere al buio, in modo che le piantine rimangano bianche. Durante la settimana santa vengono portati in chiesa. L’usanza era viva ancora quando ero bambina, in un paese sulle rive del Po. Mia madre li preparava. Ora mi risulta che non si facciano più. La stessa usanza si ritrova nella festa Sofreh Haft Sin dello Zoroastrismo e il Sabzeh di Noruz che abbiamo già trovato nelle feste equinoziali che costituiscono il Capodanno.

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ATTIDEIA
Culto nella Roma antica  in  epoca imperiale di Attis, la cui morte e resurrezione simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera.

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Attys- Museo Archeologico di Rosignano marittimo (LI)

Le feste iniziavano il 15 marzo, intorno all’equinozio,  luna piena, con la penitenza.
Il 22 cadevano i Tristia, in cui si commemorava la passione e la morte di Attis
il 24 era Sanguem (i sacerdoti si ferivano fino ad arrivare all’evirazione)
Il 25 gli Hilaria: Attis risorgeva, il Sole aveva attraversato  l’equatore celeste
Il 28 iniziavano i giochi al circo.

MITRAISMO
Una immagine bronzea di Mitra, che emerge da un anello zodiacale a forma di uovo, trovata associata ad un mitreo lungo il Vallo di Adriano, ed una iscrizione trovata a Roma, lasciano supporre che Mitra possa essere stato visto come il dio-creatore orfico Phanes che emerse dall’uovo cosmico all’inizio del tempo, dando vita all’universo. Tale visione è rafforzata da un bassorilievo al Museo Estense di Modena, che mostra Phanes che esce da un uovo, circondato dai dodici segni dello zodiaco.
Mitra è anche descritto a volte come un uomo nato, o rinato, da una pietra (la “petra genitrix”), intorno alla quale è attorcigliato il serpente Ouroboros. Secondo lo scrittore Porfirio la caverna descritta nella tauroctonia rappresenterebbe un immagine del cosmo, e quindi la roccia sarebbe il cosmo visto dall’esterno.
Uno dei motivi centrali del Mitraismo è il mito del sacrificio di un toro sacro, creato dalla divinità suprema Ahura Mazda, che Mitra uccide nella caverna, secondo quanto consigliato da un corvo, mandato da Ahura Mazda. In questo mito, dal corpo del toro morente spuntano piante, animali e tutti i frutti della terra. La figura del dio aveva anche una valenza di mediatore tra l’Uomo e il Dio supremo del mondo superiore ed inferiore.

Secondo alcuni storici, il culto di Mitra potrebbe simboleggiare la forza del Sole all’uscita dell’Equinozio di Primavera dalla costellazione del Toro verso la costellazione dell’Ariete, avvenuta nel XIX secolo a.C. La morte del toro genera la vita e la fecondità dell’universo, il quale essendo pure il segno di Venere, mostra come l’astro con la sua energia, rigenera la natura.
In effetti, in molte rappresentazioni della tauroctonia (uccisione col toro), la scena comprende anche i simboli del Sole, della Luna, dei sette pianeti, delle costellazioni zodiacali, dei venti e delle stagioni.

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